Chiostri di San Pietro: la committenza che odia la storia

Come molti reggiani ho visitato ieri i chiostri di San Pietro, che conosco bene e da molti anni, ne sono uscito con forti perplessità, che enumero asetticamente, a vantaggio - spero! - di un'utile riflessione collettiva.

Esterni.

Parte della spianata di calcestre

Ben si comprende quanto la scelta di stendere una colata di cemento ricoperto di calcestre sia di comodo, per rendere più immediatamente fruibili gli spazi esterni di quel complesso per ogni eventuale uso se ne voglia fare, ma per questa modesto aumento di usabilità (a vantaggio poi di quali usi non è dato sapere) valeva la pena di snaturare spazi che per loro natura e funzione dovevano essere verdi? Per questo modesto aumento di usabilità valeva la pena di rendere forni a cielo aperto aree che quindi non si potranno usare d'estate?

E' evidente che si sarebbe potuto, salvaguardando detta usabilità, inserire più aiuole ed alberature - magari perimetralmente - salvando così l'estetica storica di quei luoghi e garantendone una miglior fruibilità d'estate: vien quindi da pensare che la committenza abbia scelto di far prevalere sulla tutela e la valorizzazione di un bene storico-patrimoniale di tale colossale importanza per la città, ed anche sulla sua fruibilità , l'inserirvi la cifra stilistica di suo gradimento, quell'estetica da spianata post-sovietica che l'amministrazione uscente ha voluto in ogni suo progetto.

Interni.

Ho molto apprezzato la scelta di ripristinare nei corridoi del piano nobile una pavimentazione in cotto simil-storica, posata all'antica ed a mano, trattata in maniera da renderla impermeabile, ma con la cura di non renderla però lucida; pavimentazione che con l'uso diventerà indistinguibile da quella storicamente presente. Mi chiedo però perché all'interno delle sale non si sia voluto procedere allo stesso modo e si sia scelta invece una resina chiara e lucida che è un vero pugno in un occhio (e che si segna indelebilmente con il calpestio). Almeno si sarebbe potuto renderla più neutra per tinta e per opacità... così invece è protagonista di sale, nelle quali all'inverso avrebbe dovuto essere elemento invisibile.

Chiostro grande.

Quota originaria del chiostro grande nella ricostruzione dell'architetto Manenti Valli

Le opzioni erano due, o riportare il piano di campagna alla quota che presumibilmente doveva avere (come esemplificato in foto), magari ricavando sotto di esso una grande sala per eventi, illuminata da pozzi di luce; oppure tenere il livello a quello lasciato dai militari, che permette di levare le orrende tamponature dei voltini del piano terra, sostituendole con vetrate e di rendere così fruibile uno spazio grande quanto il piano nobile ed oggi inutilizzabile, perché insalubre e privo di luce naturale (spazio che avrebbe tra l'altro potuto benissimo ospitare le funzioni per le quali hanno invece deciso di erigere il simil-Mc-Donald's accanto).

Piano Terra: con le tamponature inutilizzabile

L'amministrazione ha scelto una via intermedia che riesce a sommare i difetti delle due opzioni: ha scelto infatti di mantenere la quota più bassa, perdendo la facoltà di realizzare una vasta sala congressi e non ripristinando la quota originaria, senza però levare le tamponature, perdendo così anche la facoltà di rendere fruibile il piano terra. Geniale, vero?

Da questa realizzazione insomma si evince quanto le scelte della committenza siano e restino le vere lacune di questo intervento, errori fatti per la totale noncuranza della storia dei luoghi e della loro fruibilità da parte dei cittadini: vere cifre stilistiche dell'amministrazione uscente.

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